OMELIA
Corpus Domini, 7 giugno 2026
+ Mariano Crociata
Ascoltando la Scrittura e con essa la Parola di Dio e il discernimento di questo momento di vita di Chiesa e di comunità civile, raccolgo il messaggio di questa solennità del Corpo e del Sangue del Signore in una semplice espressione: unità estroversa.
Sì, l’Eucaristia è il sacramento dell’unità ed è il sacramento del dono di sé. Sono intimamente certo che questo è essenzialmente in gioco in questo momento della vita della nostra Chiesa e della nostra città.
È nella natura intima del sacramento eucaristico il senso dell’unità. Se non altro, perché tutti e ciascuno mangiamo lo stesso pane in cui si è trasformato Gesù risorto per darsi a noi e che ci trasforma in lui. Con lui e grazie a lui formiamo uno stesso corpo, una unità indissolubile. Non sono le nostre identità e differenze personali o di gruppo ad essere minacciate ma il nostro egoismo, poiché l’Eucaristia non chiede uniformità ma unità.
Solo che questa unità avviene ad una condizione: che noi diventiamo eucaristici. Diventare eucaristici significa diventare come Gesù e perciò secondo ciò che egli dice e fa quando istituisce l’Eucaristia. Che cosa fa? Lega la sua morte sulla croce, il suo sacrificio redentore, la sua risurrezione, alla cena, ai segni del pane e del vino e alle parole su di essi: questo è il mio corpo dato per voi, questo è il mio sangue versato per voi. La salvezza della croce ci raggiunge attraverso l’Eucaristia. Non ci sarebbe croce e risurrezione per noi senza l’Eucaristia, e l’Eucaristia non esiste per altro se non per la croce e la risurrezione di Gesù.
Ma questo vuol dire che l’Eucaristia non è una cosa inerte, è un atto vivo, un movimento in atto nel quale bisogna entrare. Essa innanzitutto si celebra. E si celebra nel rito e nella vita entrando nel suo movimento inarrestabile di dono e di apertura agli altri: dato per voi, versato per voi. Se in qualche modo non ci diamo e non versiamo noi stessi, in realtà non celebriamo veramente, non partecipiamo dell’Eucaristia.
Gesù si dona a noi e fa unità in noi personalmente e con noi insieme solo se entriamo nel suo movimento inesauribile di donazione. Non abbiamo finito di impararlo. Lo mostrano le divisioni, i particolarismi, le contrapposizioni che segnano le nostre relazioni e le nostre comunità. È grande per tutti la tentazione di fare delle nostre parrocchie la nostra comfort zone, il nostro nido tranquillo, dove tutto procede secondo abitudini immutabili e forme consolidate. L’unità che il Signore ha realizzato con il Padre non è quella di chiudersi nella confortevole, se tale fosse, condizione divina, ma quella di venire in mezzo a noi – «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio» – e spendersi e consumarsi per noi. L’unità chiusa è una unità fasulla; l’unità vera è quella eucaristica, di chi si apre, incontra e si dona. Questo dovremmo fare come Chiesa, come stiamo facendo radunandoci stasera tutti insieme, nelle relazioni tra gruppi e parrocchie, nelle unità di collaborazione, nel territorio cittadino e nella forania, e così via aprendoci. Così bisogna fare anche come città, curando davvero un bene comune, cioè di tutti, che non è una formula da utilizzare per una parte, ma davvero per tutti, soprattutto per quelli che stanno peggio e per i quali a volte sembriamo coalizzarci per espellerli o almeno renderli invisibili. Un’unità che non accoglie l’altro, il diverso, l’emarginato, sia nella Chiesa che nella società civile, è una unità malata e falsa, che istituzionalizza e legittima le disuguaglianze e le ingiustizie.
Non è questo che vogliamo. E se stasera siamo qui è per chiedere e celebrare quell’unità estroversa che invera nella nostra vita l’Eucaristia e la vera comunione con Gesù e in Gesù.
Voglio chiudere citando la conclusione dell’omelia che il Papa stamattina ha tenuto a Madrid: «Apriamoci all’incontro con Lui, lasciamo che Egli disseti le aridità del nostro cuore, per uscire poi sulle strade della vita e della storia e portare tra la gente questa corrente di acqua fresca, corrente di amore, di pace, di giustizia e di gioia. Abbeveriamoci di nuovo da questa fonte eucaristica, che non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo».
