OMELIA
Domenica II di Pasqua (A),
Ordinazione diaconale di Agostino De Santis
(parrocchia san Luca, sabato 11 aprile 2026)
+ Mariano Crociata
Tutto ciò che facciamo nella Chiesa e come Chiesa trova la sua ragion d’essere in quello che abbiamo appena ascoltato nell’ultima frase del vangelo: «perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome». Quando si incontra il Signore risorto tutto prende vita, si rigenera, torna a respirare liberamente. Non dovrebbe essere questa anche la nostra esperienza? Se siamo qui, alla fin fine è per questo, per il soffio nuovo di vita che Gesù emette salutando i discepoli dopo la sua risurrezione e per il dono di fede e di amore che egli trasmette a noi.
Rigenerazione e vita nuova le ha sperimentate innanzitutto l’apostolo Tommaso, vincendo ogni dubbio ed esitazione, e abbracciando Gesù in uno slancio di tutta la persona: «Mio Signore e mio Dio»; l’hanno sperimentato anche i tanti altri discepoli a cui Gesù risorto si è mostrato con segni, e anche i destinatari della lettera di Pietro, i quali sono così «ricolmi di gioia» che ad essi può dire, come per Tommaso, «voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui». Lo abbiamo sperimentato anche noi dunque, che Gesù annovera tra quei beati i quali «non hanno visto e hanno creduto», prolungamento della comunità delle origini che gli Atti degli Apostoli ci descrivono. Come loro, infatti, anche noi siamo qui riuniti perseverando «nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere».
In tutto questo l’ordinazione diaconale di Agostino si inserisce con una naturalezza e una pertinenza che lo colloca al cuore del mistero cristiano e dell’esistenza della Chiesa. Perché al cuore dell’uno e dell’altra troviamo il dono che Gesù ha fatto di sé per noi: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Le ferite del corpo di Gesù crocifisso sono la sorgente perenne da cui scaturisce la vita credente, che è l’unica vita umana veramente giunta a compimento, in quanto affidata all’amore sacrificato e per ciò stesso l’unico capace di far sprigionare gioia piena, anticipo della gioia di Dio di cui gode per primo Gesù risorto e glorioso. Allora dobbiamo ripetere con san Pietro: «perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime».
La via che porta alla vita è quella del servizio, e il servizio è sempre dono di sé. Anche quando insegnava e compiva segni ordinari e straordinari che rigeneravano la vita delle persone che incontrava, Gesù non faceva altro che donare sé stesso. Egli è venuto in questo mondo, da Figlio eterno fatto uomo, proprio per rivelare che Dio è eterno amore e dono di sé per amore, come avviene tra le persone divine, e fare dono di sé nella forma di una esistenza umana interamente votata al servizio dei fratelli. Se la croce di Gesù è il compimento del dono che egli ha fatto di sé stesso per noi, lo è perché dall’inizio egli è stato e si è fatto dono. «Ecco, io vengo a fare la tua volontà» (Eb 10,9; 10,7; Sal 40,8). Non sono le cose che facciamo, a venire prima; ad avere il primo posto è la motivazione, l’intenzione e lo scopo, l’orientamento di vita con cui viviamo e facciamo tutto, il cuore. Ecco ciò che questa celebrazione conferisce ad Agostino e attraverso di lui a tutti noi.
Nella vestizione dei paramenti sacri Agostino riceverà e rivestirà la dalmatica, come quella che indossano i diaconi permanenti che concelebrano con noi. I paramenti sono vesti sacre che simboleggiano il ruolo e il compito che il ministro ordinato è chiamato a svolgere. In un certo senso il paramento copre la fragile umanità di chi detiene il ministero e mostra il ministro nella qualità propria che il sacramento conferisce per chiamata e grazia di Dio attraverso l’azione liturgica della Chiesa. Ma deve valere anche l’inverso, e cioè che la fragile umanità dell’ordinato, la sua esistenza, diventi sempre più conforme al contenuto e al senso del ministero ricevuto.
Ora la dalmatica è un antico capo di abbigliamento romano presto adottato nella liturgia della Chiesa per le celebrazioni solenni, che diventerà paramento proprio del diacono. Il suo significato, nell’uso e nell’interpretazione della Chiesa rimanda al gesto di Gesù che serve, che si cinge per lavare i piedi ai dodici. In questo modo la dalmatica si presenta per quello che è quando la si considera e la si utilizza come segno del servizio ai fratelli, come segno di una vita donata, spesa per i fratelli. C’è un’altra cosa però che bisogna sapere, e cioè che nei paramenti che il vescovo veste nelle celebrazioni solenni c’è – guarda un po! – anche la dalmatica. Il senso è presto detto: una volta diacono, sempre diacono. Anche il presbiterato e l’episcopato sono vissuti ed esercitati autenticamente solo se svolti nello spirito e nello stile del dono e del servizio. Questo vale per i ministri ordinati, ma vale per tutti i credenti, poiché a tutti Gesù chiede di seguirlo nella via del dono di sé e del servizio sino alla fine.
C’è un’ultima considerazione che chiede di essere fatta per dare senso compiuto alla nostra celebrazione. Il tempo che stiamo vivendo è davvero drammatico, poiché le guerre in corso producono tragedie senza fine, per le popolazioni che ne sono vittime, e minacciano di estendersi fino a noi toccando i nostri confini non solo economicamente, come già sta avvenendo. Papa Leone XIV, senza avere smesso di intervenire contro la guerra fin dall’inizio, negli ultimi giorni ha pronunciato ancora una volta parole nette su di essa parlando di «un mondo segnato da violenze assurde e disumane», che «dilagano con ferocia» in territori «profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari, senza riguardo per la vita della gente […]. Ma nessun interesse può valere la vita dei più deboli, dei bambini, delle famiglie; nessuna causa può giustificare il sangue innocente versato. […] Dio non benedice alcun conflitto; […] chi è discepolo di Cristo, principe della pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe» (10.4.26). Per questo il Papa ha chiesto di pregare oggi in modo speciale per la pace; lo faremo alla fine della celebrazione.
Ciò che dobbiamo portare con noi da questa celebrazione ci viene dal saluto con il quale Gesù si presenta: «Pace a voi». La pace che egli porta è quella di Signore diventato tale attraverso la morte e la risurrezione. La sua pace è il frutto del dono che egli ha fatto di sé fino al sacrificio supremo. In questo modo egli ci indica la via della pace: il dono di sé e il servizio. Oggi assistiamo, come dice il Papa, alla bramosia del possesso, al ricorso alla violenza, alla brutalità degli affari. Deve essere chiaro che per questa via non si arriverà mai alla pace, ma sempre all’odio e alla guerra. La via della pace è opposta ad essa, perché comincia e finisce con il dono di sé e il servizio.
Caro Agostino, ti auguro di lasciarti sempre più conformare a Gesù, al suo dono e al suo servizio nella missione della Chiesa e per la pace nel mondo.
Monizione iniziale
È con profonda gioia che viviamo oggi il compimento del grande giorno di Pasqua che è l’ottava. La gioia pasquale è resa piena dal dono, dopo un bel po’ di anni, di un nuovo ministro per la nostra Chiesa, Agostino De Santis che durante questa celebrazione sarà ordinato diacono. Sentiamo viva gratitudine per questo evento, segno inconfondibile che il Signore continua a sostenerci e a vegliare su questa nostra Chiesa, a nome della quale ora invochiamo su tutti di noi perdono e misericordia così che possiamo meno indegnamente accostarci ai santi misteri.
