OMELIA
Domenica 15 febbraio 2026, VI TO A
Cattedrale di S. Marco, Latina
Chiusura della Visita pastorale nell’UCP 1
+ Mariano Crociata
Un modo di accogliere la Parola che Dio ci rivolge in questa celebrazione è rispondere alla domanda: che cosa significa essere persone di fede o religiose? Quando uno può essere considerato un autentico fedele? La risposta più comune sarebbe: se uno va in chiesa, se è praticante, si può considerare tale. Questo non è sbagliato, tuttavia, stando al vangelo di oggi, il Signore sembra non accontentarsi di questo. Abbiamo sentito infatti: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli».
Innanzitutto egli ci mette dinanzi il regno dei cieli, in altre parole la riuscita, il compimento, il successo definitivo della nostra vita. C’è uno scopo per la nostra vita, c’è una destinazione, una meta ultima. Qual è la nostra meta ultima, ciò a cui aspiriamo al di sopra di tutto? Potremmo forse dire così: ciò a cui tendiamo attraverso e al di là di tutto, questo è il regno dei cieli. Certo, se ciò a cui teniamo ultimamente è solo passarcela bene e durare il più a lungo possibile, non è certo questo ciò che Gesù chiama regno dei cieli. Sono sicuro che se siamo qui è perché non abbiamo fatto del nostro benessere materiale, o comunque terreno, la nostra religione, il tutto della nostra vita, come molti purtroppo al giorno d’oggi. Noi ci crediamo davvero che veniamo da Dio, che siamo stati voluti e siamo amati da Lui e a Lui siamo destinati. Essere religiosi, credenti, non è altro che essere con Lui, cercarlo e tendere verso Lui, così come è stato Gesù e come ce lo ha insegnato e reso possibile.
Dove sta la superiorità che Gesù chiede? Di quale giustizia superiore egli parla? Giustizia qui vuol dire essere veramente se stessi dinanzi a Dio e secondo la sua volontà e la sua legge. La superiorità della giustizia che Gesù chiede consiste nel cercare con tutto il cuore Dio, mettere Dio davvero al centro e farlo con tutto se stessi; vuol dire non accontentarsi del legalismo, dell’osservanza delle pratiche indicate, suggerite o magari richieste dalla Chiesa, ma desiderare con tutto il cuore e cercare di adempiere ciò da cui nascono le pratiche e ciò per cui servono. Ci sono due parole che troviamo nell’Antico e nel Nuovo Testamento, che ci fanno capire che cosa significa la giustizia superiore richiesta da Gesù. La prima è: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2). La nostra misura e il nostro punto di riferimento è la santità di Dio, che è come dire l’essere stesso di Dio, il suo modo di pensare e di agire. Questo modo lo abbiamo conosciuto in Gesù, il quale ci ha dato un’altra parola: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Ora non c’è gesto, parola o osservanza che possa dirsi abbia raggiunto la perfezione. Noi tendiamo verso la perfezione, verso la santità di Dio. E lo facciamo invocandolo, cercandolo, imitandolo così da avvicinarci sempre di più alla sua volontà, alla sua misericordia e alla sua benevolenza, al suo amore.
La giustizia superiore è quella che non si accontenta, che cerca sempre il meglio, quella che cresce nell’amore per Dio e per i fratelli. Proprio il rapporto con gli altri è un ambito in cui il cammino di perfezione ha bisogno di crescere sempre di più e di non fermarsi mai. Tra le antitesi che il vangelo di oggi presenta, partendo dall’Antico testamento e poi mostrandone il compimento nella parola di Gesù, c’è quella che riguarda il rapporto con gli altri, in particolare quando dice di non limitarsi a non uccidere, ma di preoccuparsi di rispettare e perfino di non offendere il fratello. Poi aggiunge: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono». Notate che non sta parlando di quelli a cui abbiamo fatto del male, ma di quelli che ne hanno fatto a noi e dai quali ci aspettiamo solo delle scuse sentendoci a posto per il resto. Mi chiedo sempre quanti non dovremmo forse interrompere la Messa e uscire dalla chiesa, a questo punto. Il nostro culto, la nostra Messa è vera se è vera anche la vita. Il sacramento della comunione che celebriamo richiede l’impegno per la comunione con i fratelli nella fede, il perdono reciproco, il mutuo aiuto, la solidarietà e la benevolenza.
Ho trovato due citazioni da due libri dei primissimi secoli della storia cristiana che vi voglio leggere. Una è dalla Didaché (XIV,2): «Chi è in lite con il suo amico, non si riunisca con voi finché non si siano riconciliati, in modo che non sia profanato il vostro sacrificio». Dunque, venire a Messa mentre si è in lite con qualcuno è come una profanazione. La seconda è dalla Didacalia degli Apostoli (II,54,1): «O vescovi, affinché le vostre preghiere e i vostri sacrifici siano graditi, quando vi trovate in chiesa per pregare, il diacono deve dire ad alta voce: “C’è qualcuno che è in lite con il suo prossimo?”, in modo che, se ci sono persone che sono in lite tra loro, tu li possa convincere a stabilire la pace tra loro».
È un invito a riconoscere l’importanza e la serietà di quanto il Signore ci chiede. Chiediamo al Signore, come uno dei frutti della Visita pastorale che oggi si conclude, la capacità di cercare nelle nostre relazioni, a cominciare da quelle in parrocchia e tra le comunità parrocchiali, la verità e l’autenticità fraterna che ci consenta di celebrare ogni volta senza correre il rischio di profanare la realtà più santa che ci è stata consegnata, Gesù morto e risorto sacramentalmente presente nell’Eucaristia.
