In occasione della 59ª Giornata mondiale della Pace che ricorre oggi 1° gennaio 2026, solennità di Maria Santissima Madre di Dio, il vescovo Mariano Crociata ha presieduto la celebrazione eucaristica, alle ore 18, nella Cattedrale di S. Marco a Latina.
Come da tradizione locale, sono state invitate a partecipare alla celebrazione il Prefetto di Latina, i parlamentari europei e nazionali, i consiglieri regionali, le autorità civili, il presidente della Provincia di Latina, i Sindaci dei Comuni della Diocesi, i Rappresentanti delle Parti Sociali, i cittadini pontini impegnati nell’ambito sociale e politico.
Al termine della funzione, sempre il Vescovo Mariano Crociata ha consegnato alle autorità presenti una copia del messaggio di papa Leone XIV per la 59ª Giornata mondiale della Pace che ha il titolo «La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante».
Di seguito, l’omelia tenuta dal vescovo Mariano Crociata:
OMELIA
Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, Giornata mondiale della pace
Cattedrale di san Marco, 1° gennaio 2026
+ Mariano Crociata
Si ricomincia dalla pace. Il nuovo anno si apre con il rinnovato annuncio del nostro bisogno di pace e con l’invito a non stancarsi di sperare in essa e di perseguirla.
In sintonia con questa ottava di Natale, festa di Maria Santissima Madre di Dio, il messaggio che papa Leone XIV, al suo primo Capodanno da sommo pontefice, ci fa giungere è l’invito a capovolgere la prospettiva: innanzitutto non si tratta di fare noi la pace, ma di entrare nella pace. «La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno […]. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto». Così scrive il Papa. In questo modo si fa eco delle parole di Gesù, il quale, prima di chiedere di fare pace, la dona. Gesù dice infatti: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). Forse sta proprio qui la radice più profonda del problema, nel fatto che ognuno vuole la pace alla sua maniera, cioè come imposizione del proprio modo di vedere, di sentire, di pensare; diciamo pure: secondo i propri interessi e le proprie preferenze. C’è bisogno di uscire da sé per entrare nella pace, quella che il Signore ci dona e che diventa allora anche pace tra tutti. Perciò il Papa invita: «apriamoci alla pace». E aggiunge: «Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino», «una piccola fiamma minacciata dalla tempesta», «un principio che guida e determina le nostre scelte».
Il messaggio riprende le parole con cui il nuovo Papa si è presentato in piazza san Pietro e al mondo il giorno della sua elezione a pontefice, invocando una pace disarmata e disarmante. In realtà già l’idea di arma porta con sé quella di conflitto. E non sono pochi quelli che denunciano la produzione e il commercio delle armi, e quindi l’accumulo di arsenali ingenti, come una provocazione e quasi una sollecitazione a usarle. Di fatto i dati riferiti dallo stesso messaggio sono impressionanti.
Ma a dover essere innanzitutto disarmato è il cuore. I pensieri di odio e di vendetta, come pure una volontà smisurata di dominio e di prevaricazione, sono le prime e più pericolose armi; e di seguito le parole con cui quei pensieri prendono corpo dentro relazioni avvelenate. Il messaggio contiene una bella citazione di sant’Agostino che dice: «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi». Perciò, giustamente, il Papa aggiunge che l’opera di pace deve cominciare dalle nostre relazioni personali, dagli ambienti ordinari e comuni di vita, dalla famiglia e da ogni tipo di comunità, comprese quelle parrocchiali ed ecclesiali.
Viene naturale pensare che tutti gli sforzi e tutto l’impegno che possiamo mettere per vivere in pace non può avere incidenza sui drammi di violenza e di morte che si consumano nei grandi teatri di guerra, a cominciare da quello più vicino a noi, in Ucraina. E in effetti lì si continua a combattere, qualunque cosa noi facciamo e diciamo, nella più perfetta irrilevanza delle nostre azioni e delle nostre parole, almeno immediatamente. Dovremmo tuttavia riflettere più attentamente su alcune esperienze che ci vedono più o meno coinvolti nelle cronache quotidiane. Prendiamo l’esempio delle manifestazioni pro o contro una parte in guerra piuttosto che un’altra. C’è chi è portato a parteggiare per gli uni o per gli altri dei paesi in guerra. E sicuramente quando si tratta di una chiara aggressione, non si possono certo prendere le parti dell’aggressore, perché significherebbe avallare la legge del più forte o, alla fine, la legge della giungla, mandando in fumo ogni senso di civiltà e di umanità, per fare spazio solo alla barbarie e alla disumanizzazione.
Quello su cui dovremmo pure riflettere è però il fatto che la difesa di una parte, in questo caso anche della vittima, finisce non raramente con l’essere presa non con animo pacificato, ma con atteggiamenti, sentimenti, parole, e a volte anche gesti, violenti. Nel piccolo riproduciamo anche noi la logica della contrapposizione e della violenza. In realtà è il nostro modo di essere persone in relazione che spesso si rivela perfettamente funzionale a un mondo in guerra, perché il nostro modo di rapportarci agli altri presenta lo stesso schema della guerra, ovvero tentativi di imposizione, di aggressione, di esclusione o anche solo di reazione con gli stessi mezzi di chi aggredisce.
La via che cerca la pace, dal piccolo al grande mondo, è quella del dialogo e della ricerca di comprensione, dello sforzo di creare le condizioni per stabilire relazioni di «vicendevole fiducia», dice il Papa, «preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui». Per dialogare non basta parlare, bisogna anche ascoltare, e ascoltare non solo le parole ma anche le ragioni. È vero che a volte ci si incontra con chi non vuole ascoltare, ma questo non giustifica il ricambiare con la stessa moneta, come si suol dire, bensì invita a ricercare in tutti i modi il dialogo. La legittima difesa di fronte al violento che non vuole sentire ragioni, deve essere sempre limitata alla effettiva difesa e premessa alla ricerca del dialogo e dell’incontro. Anche a questo proposito il Papa cita una frase di sant’Agostino, che peraltro attualizza una parola altrettanto impegnativa di Gesù: «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace». Anche qui, non si tratta di approvare chi fa il male e usa violenza, ma di non perdere mai di vista la persona.
Il messaggio afferma che «la bontà è disarmante», e quindi ancora una volta che la volontà di bene deve essere l’atteggiamento che dirige ogni iniziativa e ogni azione. Perciò con lui auspichiamo la «ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche sul piano mondiale»; è questa «la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale».
Concludo con un ultimo riferimento che lega la giornata della pace al Natale del Signore. Scrive ancora papa Leone: «Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio». Chiunque sia genitore comprende bene la profondità e la risonanza umana ed emotiva, ma anche morale, di tale verità. Dovremmo sempre ricordarci dei figli, soprattutto piccoli, della loro condizione inerme e del loro bisogno di cura e di affetto. Ma dovremmo ricordarci con lo stesso animo di tutti i figli, di tutti i bambini, verso cui abbiamo un debito illimitato di un futuro disarmato. Se non altro, dovrebbe ricordarcelo quel figlio divino che si è fatto bambino per insegnarci a vivere un po’ di più da umani.













