Lettera pastorale 2026/2027
“… per la gioia che è venuto al mondo un uomo” (Gv 16,21)
Essere, diventare, rimanere umani
Cari fratelli e sorelle,
il versetto completo da cui è tratto il titolo di questa lettera dice così: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo». Il contesto in cui Gesù pronuncia questa frase è quello dei discorsi d’addio nel vangelo di Giovanni, e qui in particolare riferito al dolore del distacco per l’abbandono che i discepoli sperimenteranno a seguito della sua morte: «perché vado al Padre e non mi vedrete più» (Gv 16,10). Perciò aggiunge: «voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia» (Gv 16,20). La morte di Gesù non sarà l’ultima parola e non lo sarà nemmeno il dolore che procurerà, poiché esso si trasformerà in gioia.
La brevissima parabola serve a spiegare ciò che i discepoli si accingono a vivere e a sostenerli nel momento della prova imminente. Il dolore sarà grande ma temporaneo e completamente superato dall’esperienza del nuovo incontro con il Risorto, paragonata alla gioia di prendere tra le braccia la nuova creatura. Il confronto fra l’esperienza dei discepoli con Gesù e quella del parto, se ci riflettiamo, permette ad esse di illuminarsi a vicenda. L’incontro con Gesù risorto avrà la stessa portata di inaudita novità propria della presenza sorprendente di una nuova creatura e questa presenza, a sua volta, procura una gioia così grande da vincere e far dimenticare il dolore al punto da farlo comprendere e da giustificarlo. Nascere è entrare nella vita: incontrare il Risorto è come una nascita, diventare umani è nascere alla vita piena, far nascere una umanità matura. Da questo spunto e da questo parallelo desidero prendere l’avvio per una lettera che si vuole concentrare sul tema della nostra umanità, del nostro essere, diventare, restare umani.
Perché parlare dell’umano
Perché una lettera pastorale dovrebbe occuparsi dell’umano? Ci si aspetterebbe che essa si occupi di temi di genere religioso, spirituale, pastorale. Se lo facciamo è per due ragioni. La prima, secondo cui in realtà la fede cristiana e l’esperienza ecclesiale toccano, eccome!, la condizione umana, e anzi intendono comprenderla sempre meglio e darle attuazione e pienezza. La seconda, perché viene sempre più in evidenza un senso di timore, e in alcuni casi una sorta di allarme, per la deriva che sembra prendere la nostra umanità, sia nel grande mondo delle guerre e dei disastri climatici, naturali e umanitari di ogni genere, sia nel piccolo delle fatiche e dei drammi che si consumano per effetto di una serie innumerevole di cause e di circostanze.
Sulla prima ragione basti qui un accenno; può essere sufficiente, infatti, riflettere sulla originalità e sulla specificità della fede cristiana, la quale si fonda sulla professione che il Figlio di Dio è diventato uomo in Gesù di Nazaret. Possiamo anche dire così: noi viviamo di una religione che ha al cuore il mistero dell’“umanità di Dio”, inteso come incarnazione, cioè il farsi uomo del Figlio, e quindi il suo assumere la condizione umana. In effetti, in Gesù Cristo Dio stesso, personalmente come Figlio, si fa carico e sperimenta che cosa comporti condurre la vita di un uomo sulla terra; ma così facendo egli costituisce e presenta il modello perfetto di che cosa significhi essere umani, certo storicamente e culturalmente collocato, ma tale da offrire il termine di riferimento e di confronto di una compiuta umanità conforme al disegno secondo cui Egli stesso l’ha voluta e creata. In questo senso, l’umano che noi cerchiamo ha già una realizzazione esemplare riconoscibile in Gesù. In un tempo di radicale transizione e per molti di smarrimento quale è il nostro, è divenuta pressante l’esigenza di rifare il percorso della nostra umanità, di coglierne ancora una volta e in modo nuovo la forma che le è propria e che noi riconosciamo nell’umanità benedetta di Gesù quale criterio e riferimento ultimo di ogni nostro giudizio.
Non è fuori luogo aggiungere che il senso dell’essere umani è oggetto di una ricerca e di un impegno che coinvolge tutti gli umani sotto ogni cielo e secondo idee, visioni e convinzioni, anche religiose, le più differenti. Questo deve costituire motivo e occasione di un dialogo tra visioni ed esperienze che possono solo arricchire chiunque cerchi il raggiungimento di una umanità sempre più vera e piena, senza che nessuno debba in alcun modo mettere da parte la propria visione, proprio perché se si mette da parte la propria identità non rimane più nulla da scambiare e di cui arricchirsi reciprocamente.
Questo ci porta alla seconda ragione. Se facciamo anche solo una veloce rassegna di ciò che vediamo attorno a noi e di ciò che veniamo a conoscere dalle cronache, non possiamo non sentirci inquietati dalla perdita di umanità che sembra affliggere molti, come singoli e come collettività. Non ci riferiamo solo alle forme di illegalità, di criminalità, di corruzione che toccano tutte le fasce e tutti gli ambienti sociali, quanto piuttosto a quei molti fenomeni che denotano un cambiamento strutturale dei modi di pensare e di comportarsi di uomini e donne spesso purtroppo diventati normali. Fenomeni quali il calo demografico, lo smarrimento o l’estenuazione di evidenze etiche fondamentali, la chiusura nel privato e la perdita di senso civico, da cui l’astensionismo e in generale il disinteresse per il bene comune, o diciamo meglio per i beni comuni basilari, l’indifferenza se non l’approvazione di guerre crudeli e insensate che avvelenano la vita dei popoli e il clima internazionale, l’atteggiamento contraddittorio verso gli immigrati, rifiutati o osteggiati ma utili in tanti lavori socialmente necessari – e l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo – segnalano l’appannamento del senso dell’umano e della cura di ciò che ci contraddistingue nella nostra natura singolare e irripetibile. Se poi allarghiamo lo sguardo alle prospettive aperte dagli sviluppi più recenti della tecnologia, soprattutto in ambito digitale e nel nuovissimo settore dell’Intelligenza Artificiale, oltre che della bio-tecnologia, per un verso, e, per altro verso, al disordine mondiale esploso a seguito dei conflitti in corso e dello smantellamento del multilateralismo e del corrispondente ordine internazionale, abbiamo motivo di sentirci sfidati, se non minacciati, nella nostra comune umanità.
Segni dei tempi
Non sono pochi a riflettere oggi su questi temi. È particolarmente rilevante per noi cogliere un’attenzione mirata a questa prospettiva specifica da parte del magistero della Chiesa, che indica e conferma come siamo posti dinanzi a un segno dei tempi da raccogliere, approfondire, interpretare. È soprattutto l’enciclica Magnifica humanitas di papa Leone XIV a indirizzare la nostra riflessione in questa direzione[1]. Non è nostro intento ripetere quanto egli dice e a cui dobbiamo attingere direttamente, ma tenerlo come punto di riferimento insieme ad altri interventi che convergono sulla medesima preoccupazione[2]. Ciò che non possiamo perdere di vista è che molti segnali ci indicano che abbiamo bisogno di riprendere in mano la nostra condizione umana, dono di Dio e compito personale e comunitario, perché la sentiamo sempre più confusa e minacciata. Ci rendiamo conto che non possiamo più dare per scontato ciò che ci definisce come umani e ciò che ci consente di rimanere tali. Per questa ragione procederò a richiamare alcuni motivi essenziali senza pretesa di completezza o di esaustività. È importante avere presenti alcune questioni di fondo e alcune tracce da seguire o piste da percorrere. Il mio vuole essere anche un invito a procedere oltre nella riflessione, poiché oltretutto non sono solo questioni enormi, ma “lavori in corso”, fenomeni in via di una evoluzione inarrestabile che ci chiede di imparare a seguire tutto senza perdere di vista l’essenziale.
La nascita: dall’essere al diventare umani
L’immagine del parto e della gioia per il dono di una nuova creatura, che sta nelle parole di Gesù, ha di suo una portata decisiva, perché tutto comincia da lì, dalla nascita. E la nascita è ciò che definisce l’essere umano, la sua identità e la sua dignità. Non dunque le qualità specifiche, le capacità e le abilità o tutto ciò che un essere umano potrà realizzare lo qualificano come tale, ma innanzitutto il suo essere stato concepito e generato da una donna e da un uomo.
L’imprevedibilità e l’imperscrutabilità della nuova creatura, concepita e generata, le conferiscono un carattere di assoluta gratuità. Non un prodotto, ma un dono: questo definisce la creatura umana. Un dono di Dio – così crediamo – per i genitori e, soprattutto, per lui stesso. Nessuno sceglie di venire al mondo e nessuno si crea da sé stesso. Il carattere di dono che questo assegna ad ogni essere umano tuttavia non si impone, ma chiede di essere riconosciuto e accolto. Poiché infatti il venire al mondo comporta in qualche modo un distacco dalla madre e, come qualcuno ha detto, un essere “gettati” nel mondo, è soltanto in una esperienza originaria di accoglienza, di amore e di accudimento che il senso della vita come dono può essere percepito ed elaborato nel lungo percorso che conduce un bambino ad appropriarsi lentamente di sé stesso, a riceversi e accogliersi, e a diventare sé stesso nel giovane e nell’adulto che lo attendono.
Questa attesa della maturità deve trasformarsi in progetto e chiede l’assunzione personale di un atteggiamento positivo di scelta e di decisione per perseverare nel voler diventare umani. Si è umani per identità e dignità originarie, ma si diventa veramente ciò che si è se al dono corrisponde la sua accettazione consapevole e l’accogliersi responsabile che ha bisogno di essere attuato e svolto nelle scelte che la maturazione umana e la vita esigeranno. Solo in questo passaggio attraverso la coscienza, la scelta e la decisione l’essere umano diventa sempre più compiutamente sé stesso, una persona umana. Non basta far passare il tempo perché ciò avvenga con un automatismo che, se esiste in natura, è estraneo all’essere umano e ai suoi tratti specifici disegnati da intelletto e volontà, ragione ed emozione.
Che cosa fare della mia vita? Tra scelta personale, consumo e tecnica
In realtà la questione della scelta è molto delicata e apre questioni complesse, poiché il nostro è un tempo in cui non si confrontano più visioni del mondo o ideologie pronte a dare un senso al tutto e ad ogni aspetto della condizione umana. Oggi piuttosto domina un clima culturale di disorientamento generale e se vi sono visioni d’insieme o, diciamo pure, ideologie, esse non hanno una forma dichiarata e soprattutto concettualmente articolata e strutturata; ci troviamo piuttosto di fronte a tendenze che si intrecciano tra loro dando luogo ad uno stile di vita collettiva in cui oscuramente alcune convinzioni e alcune pratiche si affermano a preferenza di altre determinando un modo di sentire, di pensare, di comportarsi che senza forzatura di alcuno si impongono di fatto alla parte maggioritaria e più influente della società. Viene così a determinarsi quello che viene chiamato il “politicamente corretto”, ovvero una sorta di codice di pensiero, di linguaggio e di stile a cui attenersi se si vuole accreditarsi nelle relazioni sociali e particolarmente in uno spazio pubblico.
Gli elementi che accomunano il modo di sentire e di vivere di tutti sono il consumo e la tecnica. Consumo va inteso come una categoria globale che abbraccia non solo la dimensione strettamente commerciale delle relazioni sociali, ma il modo di considerare le cose e quindi il quadro di valori in cui si riconosce una collettività, per lo più dominata da regole e interessi di tipo economico e funzionale in tutti gli ambiti della vita personale e sociale. I social media svolgono in questo senso una prestazione insostituibile, poiché diventano il canale privilegiato per far passare messaggi e discorsi che attraggono e diventano pensiero dominante, se di pensiero si tratta; e ben oltre spesso creano dipendenze che rischiano perfino di alterare l’equilibrio degli utenti soprattutto piccoli o adolescenti.
In questa ottica la scelta che rende adulti, che fa diventare umani, più che compiuta viene subita, e i valori secondo cui le decisioni per la vita vengono prese sono spesso di tipo soltanto materiale, alla ricerca di un vantaggio immediato e di un benessere psico-fisico intoccabile. Il consumo come criterio e il benessere psico-fisico come ideale a cui votarsi regolano l’orientamento di vita che trova nelle conquiste della tecnica un supporto formidabile per rispondere a una quantità inverosimile di bisogni e di esigenze. Sembra venire meno la necessità di una scelta di valore di fondo, così che la vita viene resa spazio, luccicante ma sostanzialmente vuoto, di una serie infinita di piccole scelte che hanno a che fare con le cose più che con il significato e il valore di essere persona e di stare al mondo.
La fuga dalla coscienza
Le domande cosiddette ultime, sul senso della vita e sull’orizzonte definitivo dell’esistenza, vengono per lo più rigorosamente evitate se non irrise, a favore della ricerca delle minute soddisfazioni quotidiane. E tuttavia le domande bussano insistenti al cuore e alla mente, anche se non sempre percepite e riconosciute; allora è facile vedere emergere una inquietudine di fondo, un malessere interiore indefinito che porta molti alla ricerca di risposte e di sollievo quali che siano. Molti altri invece, in specie giovani, posti di fronte ad un futuro imprevedibile e spesso oscuro e minaccioso, prendono la via dell’evasione, della fuga dalla coscienza. Il dolore sordo che sale dal profondo del cuore nel vuoto di prospettive e di speranze viene contrastato ricorrendo a uno stordimento e a una serie di dipendenze che danno l’illusione di non dover pensare ma hanno l’effetto di veder crescere a dismisura il dolore e l’ombra di una angoscia sempre più pervasiva.
In tutto questo bisogna pure aggiungere che molti non mancano di lottare per perseguire una ricerca tenace e coraggiosa. E poi, seppure non sempre in maniera lineare, l’arte si fa interprete e portavoce di questa ricerca e aiuta non pochi a trovare un senso al proprio cammino di vita, attingendo alla letteratura e al cinema, alla musica e alle canzoni, come pure al teatro e ad altre forme creative ed espressive. Anche la ricerca scientifica, le scienze sociali e gli studi umanistici diventano, per molti altri, palestre di un cammino capace di trovare e dare senso.
Gesù vero uomo e uomo vero
Tutto questo dobbiamo imparare ad apprezzare e incoraggiare senza perdere di vista l’esempio e il cammino che Gesù in maniera originale ci indica. C’è una frase nella Lettera agli Ebrei che applica a Gesù una citazione dal Salmo 40, versetti 8-9, che dice così: «Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”» (Eb 10,7). Senza entrare in dettagli di interpretazione, cogliamo immediatamente che la frase riassume il disegno complessivo della vita di Gesù come risposta liberamente abbracciata ad una chiamata da parte del Padre e come impegno e progetto della totalità della sua persona e del suo cammino.
In un altro passo, questa volta del vangelo di Luca, appare non solo questo orientamento deciso verso una scelta di vita in conformità al disegno del Padre e quindi anche suo, ma anche la disponibilità a farsi carico di prove e sofferenze pur di portare a compimento la missione ricevuta e accolta con totalità di adesione: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51). La scelta Gesù l’ha compiuta una volta per tutte, ma la rinnova tutte le volte che è necessario e specialmente quando essa si fa più difficile. E le numerose predizioni della sua fine in croce esprimono chiaramente la consapevolezza di Gesù di fronte a ciò che di drammatico lo aspetta. In questo senso egli ne parla come di un essere “elevato in alto”, dove l’alto e l’elevazione sono riferiti alla croce, sebbene, alla luce di come ne parla anche l’evangelista Giovanni, essi possono già rimandare alla risurrezione.
Consapevolmente e coraggiosamente, ma non certo spavaldamente, Gesù matura una determinazione incrollabile a portare a compimento la sua missione andando a Gerusalemme, il luogo del suo sacrificio. Questa determinazione esprimono le parole “prese la ferma decisione”. Siamo qui di fronte a una persona vera, capace di decidersi con fermezza e di perseverare senza tergiversare. In tal modo si manifesta dinanzi ai nostri occhi una visione della vita come progetto e decisione, come scelta e determinazione per uno scopo capace di dare senso e compimento all’intera esistenza. Questo esempio può illuminare la nostra visione dell’umano, perché manifesta in Gesù un uomo vero, a cui guardare e da seguire per dare compimento alla nostra umanità. La decisione che ci rende umani non è presa solo una volta per tutte, ma va rinnovata ad ogni passo.
L’altro: persona o oggetto?
Nel cammino verso l’inveramento della nostra umanità un aspetto essenziale con il quale ci misuriamo fin dall’inizio è il rapporto con l’altro. Non siamo individui isolati, tantomeno totalmente autonomi, quasi fosse possibile andare avanti nella vita da soli, senza l’aiuto di alcuno. Già la presenza dei genitori che hanno accompagnato per così tanto tempo, giorno dopo giorno, la nostra crescita fino a farci diventare autosufficienti, dice quanto noi siamo legati gli uni gli altri e quanto dipendiamo gli uni dagli altri. Questa esperienza elementare e primordiale dovrebbe renderci avvertiti dell’importanza della presenza degli altri nella nostra vita, come pure della nostra per loro.
Nonostante questa evidenza originaria che ci tocca così intimamente e da vicino, oggi siamo un po’ tutti vittime di un individualismo esasperato che porta ciascuno a dimenticarsi degli altri e a cercare una propria strada senza o, a volte anche, contro gli altri. Questo atteggiamento, variamente diffuso al giorno d’oggi, va capito a partire dalle sue radici. E una di queste radici è la sensibilità e la cultura nella quale cresciamo, così che si afferma quella malattia dello spirito che è il narcisismo, cioè il bisogno e l’abitudine di guardare e di vedere solo sé stessi: i propri bisogni, il proprio interesse, il proprio valore, la propria immagine e così via. Gli altri, in questo scenario, hanno solo la funzione di ammirare, apprezzare, lodare, e niente più. In questa maniera l’individuo rimane chiuso dentro di sé, quasi incapsulato, incapace di vedere alcunché e alcuno attorno a sé, impegnato solo a compiacere sé stesso, a contemplarsi, a sentirsi appagato di sé, quasi votato al culto di sé. Senza arrivare a gradi estremi, simile atteggiamento è molto più diffuso di quanto si pensi.
Le conseguenze relazionali e sociali di una tale vera e propria patologia possono essere anche molto gravi a seconda delle responsabilità assunte e delle relazioni da tenere; ciò che tutto questo dovrebbe insegnare è il senso autentico della relazione di sé all’altro, nel segno della uguale dignità, della reciprocità, della solidarietà; e così tenerci lontani da quello “sport” tanto praticato che è lo scarico di responsabilità. Solo nell’incontro e nello scambio paritario e sincero ogni persona realizza veramente sé stessa ed entra in un processo di arricchimento proprio e altrui interminabile, infinito. Come ci hanno insegnato maestri di un pensiero ancora vivo, dovremmo imparare che l’altro è uno come me, un altro me stesso, me stesso come un altro.
Del resto Gesù, riprendendo Lv 19,8.34, completa il comandamento dell’amore con una formula che ne diventa parte integrante: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22,39). A sua volta questo comandamento ci richiama anche la sapienza antica e la sua regola d’oro (“Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”), che Gesù propone in termini positivi: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12; cf. anche 22,36-40; Lc 6,31; 10,27). Qui non siamo di fronte a istanze religiose confessionali, bensì alla coscienza dei fondamenti dell’umano comune che forma da sempre la base di ogni umana civiltà.
All’opposto di questa prospettiva, quando a imporsi è lo schema narcisistico, o anche solo egoistico, allora la vita diventa una lotta per la sopravvivenza nella quale, purtroppo, spesso predomina quella legge spietata e cinica che già gli antichi avevano racchiuso nella formula: mors tua, vita mea (la tua morte è la mia vita). Gli altri si riducono a strumenti da utilizzare per il proprio uso e consumo, che una volta usati possono essere buttati via. Superfluo osservare quanto questa verità elementare che tocca i rapporti interpersonali si riscontri, con effetti infinitamente maggiorati, nei rapporti tra le nazioni e, in particolare, tra le potenze mondiali che stanno disfacendo l’ordine e la pace tra tutti in questa fase tragica della nostra storia.
Abbiamo quanto mai urgenza di coltivare e accrescere il senso delle relazioni ordinate tra le persone, ispirate al rispetto, all’accoglienza, alla solidarietà. Non c’è possibilità di vita buona fuori da un quadro positivo di relazioni interpersonali, capaci di vincere la solitudine, così diffusa nella nostra società, e di costruire comunità, famiglia, spirito di collaborazione. In questo spirito bisognerebbe coltivare una sensibilità sempre vigile nei confronti di quella parte ancora grande dell’umanità che soffre disagi di ogni genere a cominciare dalla fame. Senza perdere di vista che le condizioni di indigenza sono anche vicino e attorno a noi, la lontananza che c’è da tanti popoli in condizioni di povertà non deve giustificare la dimenticanza e l’indifferenza.
Un ambito specifico dal quale si coglie la qualità umana e civile di una comunità e di una società è senza dubbio il grado di attenzione e di accoglienza che viene riservato alle persone affette da disabilità, e con esse a tutte le persone fragili e marginali che presentano bisogni speciali e richiedono forme di accompagnamento adeguate alla loro condizione, così che possano condurre una vita il più possibile dignitosa. Constatiamo che è molto cresciuta la sensibilità comune, anche se la sfida più grande rimane la capacità di riconoscere in queste persone uguale dignità e, quindi, la convinzione che la loro è una vita pienamente degna di essere vissuta. Da questo punto di vista, la minaccia più grande è costituita dalla tentazione di legittimare a poco a poco pratiche più o meno riconoscibili di eliminazione delle persone non più o non ancora pienamente efficienti; pensiamo all’aborto, all’eutanasia e a pratiche subdole di eugenetica negativa. Misurarsi con il limite e accettarlo quando è insuperabile è condizione di autentica umanizzazione; al contrario perseguire a ogni costo una “perfezione” di forma fisica, di prestazione e di immagine porta solo infelicità oltre che disumanizzazione.
Gli adulti e la questione educativa
Nell’ambito delle relazioni interpersonali un ruolo del tutto particolare svolgono quelle intergenerazionali. Esse richiamano innanzitutto il dato drammatico del calo demografico che conferisce all’Italia un triste primato in Europa, come paese con il più basso tasso di natalità. Sembrano essere due i fattori principali da prendere in considerazione tra le cause che determinano tale fenomeno, ovvero la paura del futuro e la scarsa generosità. Non è soltanto il restringersi della capacità di sacrificarsi per qualcosa o per qualcuno a ridurre il numero dei figli, c’è anche una componente sociale ed economica, che vede spesso materialmente insostenibile la decisione di mettere al mondo un figlio; ancora di più influisce una componente spirituale, ovvero la paura di un futuro che si disegna oscuro e minaccioso, con un sistema economico, già di suo iniquo, sempre più condizionato da conflitti che sembrano intensificarsi più che essere superati, con un clima che rischia di rendere invivibili sempre più vasti territori particolarmente in alcune stagioni, e un ambiente sociale che viene dipinto, magari più di quanto non sia, come pericoloso e insicuro. Non ci sono ragioni altrettanto evidenti da contrappore a queste per convincere a cambiare rotta, c’è però la necessità di trovare motivazioni per reagire e contrastare un andamento che va inesorabilmente nella direzione della recessione non solo economica e, alla lunga, dell’autodissoluzione. L’umano è diventato un terreno di lotta spirituale, prima che materiale, per la sopravvivenza e soprattutto per un nuovo slancio di vita.
Dimensione propria dell’umano è, accanto alla generazione, la cura e l’educazione dei figli. Anche su questo gravano interrogativi e preoccupazioni. Ci si trova a constatare la mancanza di educazione adeguata dei nuovi nati per l’inadeguatezza dei genitori a offrire un accompagnamento davvero formativo a chi sta crescendo, quando addirittura non viene teorizzata la spontaneità e un’espressione della personalità del bambino che non deve essere mai, non diciamo repressa ma nemmeno indirizzata. E anche là dove si dà l’offerta di una proposta educativa appropriata le complesse dinamiche familiari di oggi e i condizionamenti sociali non permettono di raggiungere risultati significativi. È stato giustamente osservato che là dove le dinamiche di coppia non funzionano o addirittura finiscono in separazioni e nuove unioni, il più delle volte sono i figli, ancor più se piccoli o adolescenti, a risentirne negativamente.
Perché si dia educazione c’è bisogno di veri adulti, e non di perenni adolescenti solo cresciuti di età. In tanti casi sembra essersi interrotta la catena di trasmissione dell’educazione delle nuove generazioni. E tanti disagi giovanili sono lì a dimostrarlo. La scuola cerca di fare la sua parte, ma non è nelle sue possibilità, oltre che nei suoi compiti, sopperire alle inadempienze dei nuclei familiari e parentali. La responsabilità ecclesiale in questo ambito è molto sentita e l’impegno non manca, ma il problema è evidentemente molto più grande rispetto alla fascia che riesce ad essere raggiunta e che, soprattutto, si rende sensibile ai richiami alla responsabilità genitoriale ed educativa. Con tutto ciò, lo sforzo formativo deve essere moltiplicato affinché cresca la coscienza e la responsabilità di dare un futuro alla nostra umanità e di farlo in maniera appropriata e dedicata.
Bene comune e società
A questo punto la nostra attenzione deve spostarsi su un altro ambito dell’umano che tocca sul vivo l’interesse di tutti. È proprio il carattere relazionale della persona che richiede, insieme al riconoscimento dell’altro e alla cura delle relazioni interpersonali primarie sul piano familiare e anche in un raggio più largo, di allargare lo sguardo sulla società, di cui ogni singolo è parte e che egli pure contribuisce a formare, oltre che avvalersi delle sue attività per tanti aspetti della sua vita. Il rapporto tra individuo e società può assumere forme diverse, non solo storicamente ma anche in questo tempo, a seconda del regime istituzionale di vita associata, che nel nostro caso è di tipo costituzionale democratico.
Ciò che va qui sottolineato è che la nostra partecipazione alla vita sociale non ha un carattere facoltativo, poiché la relazione tra individuo e società è costitutiva della società ma anche dell’individuo, così che tra loro vige una vera e propria reciprocità, per quanto possa sembra irrisorio l’apporto del singolo individuo. In realtà ogni persona è parte essenziale della comunità sociale, nel suo dare e ricevere, come si coglie non solo sul piano economico. A esprimere e regolare questo rapporto di reciprocità, nel quadro costituzionale e giuridico che lo definisce, è oggi il complesso dei diritti e dei doveri che hanno vigore e sono riconosciuti nella società sia riguardo ai singoli che riguardo alla collettività intera. Ciò che è importante notare è che non c’è divisione tra diritti e doveri, nel senso che sia gli uni che gli altri toccano parimenti l’individuo e la società. Dalla dignità intangibile della persona discendono tutti i diritti e i doveri, ma questo non riguarda solo il singolo poiché egli esiste soltanto all’interno e in relazione alla comunità tutta.
Dalla dissociazione tra diritti e doveri e tra individuo e società può solo scaturire un disordine crescente a danno sia dell’uno che dell’altra. La Dottrina sociale della Chiesa ha da tempo elaborato una nozione che fa comprendere le questioni in gioco, e cioè quella di bene comune. Esso dice che non c’è bene (economico, morale, culturale, spirituale) per l’individuo che non lo sia anche per la collettività e viceversa. L’idea, spesso diffusa senza magari essere pensata, che l’individuo possa perseguire il proprio interesse senza curarsi degli altri e senza timore di subirne danno, è falsa poiché presto o tardi il danno procurato alla comunità si ritorce contro l’individuo. Ma vale anche l’opposto, secondo cui perseguire un bene della collettività a prezzo di trascurare il benessere e i diritti di singole persone presto o tardi è destinato a causare problemi alla società intera.
Nel contesto della cultura individualistica e narcisistica di cui si diceva più sopra si diffonde in molti una tendenza alla rivendicazione dei diritti dell’individuo senza considerazione alcuna dei doveri corrispondenti. Il rischio che oggi corriamo nelle società democratiche è quello della de-responsabilizzazione individuale e della moltiplicazione dei diritti individuali, che talora sconfinano al punto di far diventare diritti i desideri individuali. Il paradosso estremo che, percorrendo questa strada, si può verificare è che il desiderio individuale venga propugnato al punto di produrre una limitazione di un bene, se non un vero e proprio danno, per la maggioranza delle persone.
Il bene comune, ovvero ciò che interessa e tocca tutti, va compreso e perseguito con il coinvolgimento di tutti i membri della stessa collettività. Questo coinvolgimento ha un aspetto personale, che si esprime nel compimento dei propri doveri in quanto singoli, ma ha anche un aspetto sociale. Ciò comporta una responsabilità e un impegno a concorrere alla promozione del bene comune da parte di tutti, per esempio con la partecipazione alla vita sociale e politica, con il rispetto dell’ambiente, degli spazi pubblici e dei luoghi e servizi comuni. Partecipare è la grande sfida di questo tempo, nel quale il ritiro nel privato sembra essere un’aspirazione molto diffusa.
La Dottrina sociale della Chiesa ha fissato da tempo due principi che sono inseparabili, quello della solidarietà e quello della sussidiarietà. Quest’ultima significa, tra l’altro, l’importanza di dare spazio di esistenza e di iniziativa autonoma a tutti i livelli della società, a cominciare dalle comunità che formano il tessuto di base della vita associata, come la famiglia e tutte quelle forme associative che esprimono l’iniziativa di gruppi in un territorio. Di essi si parla come di corpi intermedi, che poi comprendono i sindacati, i partiti e in generale tutti gli enti espressione della società civile e di quelli del Terzo Settore. Oggi c’è bisogno di esprimere questa creatività sociale, di promuovere vita associata, di contribuire attraverso questi soggetti intermedi allo sviluppo della società intera, contrastando tutte quelle tendenze che la vogliono rendere una massa anonima nella quale gli individui sono ridotti a numeri senza volto.
Quale libertà?
Un argomento centrale, quando parliamo di umano, è quello della libertà. Esso potrebbe ben stare all’inizio di ogni considerazione sull’essere umano e sulle sue caratteristiche costitutive, poiché ha a che fare con la sua natura spirituale e con la sua identità di persona. Parlarne a questo punto vuol dire riassumere tutto quanto abbiamo cercato di dire da un punto di vista unificante. E il punto di vista unificante è quello della scelta di essere umani ovvero quello di diventarlo e di rimanere tali. Questa è la scelta per eccellenza e per questo ne abbiamo parlato fin dall’inizio. Ora, umani si diventa quando si impara a usare della propria libertà; l’esercizio della libertà segna in qualche modo la nascita a sé stessi, quel passaggio grazie al quale ciò che si è per natura, per concepimento e generazione, si compie come capacità di disporre di sé in relazione a sé stessi, agli altri, a Dio.
La libertà, e quindi la costituzione compiutamente spirituale e personale dell’essere umano, è quella che più direttamente rimanda a Dio, all’immagine del quale l’uomo è stato creato. Si direbbe che la nostra relazione originaria da considerare dovrebbe essere proprio quella con Dio, da cui veniamo e ad immagine del quale siamo fatti. L’esercizio della nostra libertà non dovrebbe essere altro che l’esplicazione di questa ultima identità e vocazione. L’aspetto primario della libertà riguarda proprio l’apertura a un oltre, a una trascendenza, a Dio. In una visione ispirata dalla fede in Gesù questa apertura è costitutiva dell’umano, ciò da cui tutto deriva. Purtroppo questa oggi non è più un’evidenza comune, anzi non manca chi apertamente la avversi. Noi credenti abbiamo il compito di dare ragione di questa affermazione e di testimoniare come proprio tale apertura al trascendente segni il nostro senso dell’umano, al punto da conferirgli un respiro più largo delle ristrettezze a cui tanta umanità di oggi si costringe.
Ma c’è un altro aspetto che la libertà ci chiede di mettere in evidenza e riguarda paradossalmente il suo limite essenziale, poiché essa apre all’orizzonte infinito ma nello stesso tempo delimita il suo campo di possibilità. Questa affermazione si espone a critiche e discussioni infinite in un contesto nel quale viene ‘professata’ una libertà senza limiti. Ora qui non si tratta di imporre delle limitazioni arbitrarie a una libertà che non ne possieda, ma di riconoscere che i limiti ineriscono alla condizione umana per come è istituita. Essa non si dà da sé stessa ma è data a sé stessa, e questo semplice dato comporta che il limite coincida con la stessa forma dell’essere umano, che egli creda o meno di essere stato creato. Tutta la capacità di superare le limitazioni della condizione umana mediante il ricorso alle scoperte della scienza e alle conquiste della tecnica non porterà mai alla cancellazione della costituzione finita e contingente del singolo essere umano, la cui grandezza, dignità e unicità si danno esattamente entro i confini dell’essere dato a sé stesso con una gratuità insuperabile.
Il mancato riconoscimento di questi limiti oggettivi porta con sé esiti dolorosi per i fallimenti a cui si destina; al contrario, l’accettazione della condizione umana come data a sé stessa apre uno scenario che lascia apprezzare la libertà e le possibilità che da essa scaturiscono per la realizzazione adeguata della persona umana. Lo si coglie facilmente dal modo come viene esercitata poi concretamente la libertà, la quale quando si concepisce come assoluta, cioè sciolta da ogni limite o condizionamento, conduce direttamente allo scontro con la realtà. Là dove invece essa si intende come data nelle condizioni in cui si svolge il suo esperimento esistenziale, essa diventa promessa di fioritura e di realizzazione dell’essere umano.
In questo caso la libertà scaturisce come movimento proprio, autonomo, che parte dall’interiorità della persona, fatta di coscienza e di volontà. Solo che questo non si dà in modo spontaneo come qualcosa che a un certo punto accade da sé, ma è il frutto di un percorso di formazione della coscienza e della volontà che abbia insegnato a superare tutte le trappole e gli inganni che sono disseminati lungo il suo tracciato. La complessità dell’animo umano porta facilmente a scambiare per mozione propria e autonoma un orientamento che viene invece adottato sotto la spinta di una emozione, di una reazione, di un impulso razionalmente non pienamente vagliato e scelto.
Il difficile infatti non è pensare di fare ciò che si vuole, ma capire ciò che effettivamente si vuole e chi o che cosa in noi lo vuole veramente. Soltanto quando ciò che si vuole coincide con ciò che si deve, e questo non per imposizione esterna ma con chiara consapevolezza e convinzione, si può parlare di libertà. Si può arrivare a dire che libertà è volere effettivamente e pienamente ciò che si fa. Si comprende allora perché la libertà è una disposizione di sé che non si finisce mai di perseguire e che non si può dire di avere raggiunto una volta per tutte.
Un termine formidabile di confronto di una tale libertà vera e piena è il racconto della passione di Gesù ai capitoli 18 e 19 del vangelo di Giovanni, nel quale la situazione è capovolta rispetto a quanto appare, poiché quelli che detengono il potere non sanno cosa vogliono e fanno alla fine ciò che non vogliono, come Pilato; oppure, come il sommo sacerdote e il sinedrio, vogliono ciò che non possono fare ma fanno in modo che altri lo compiano; oppure grida, come fa la folla, la voglia di sangue ma solo perché sobillata da qualcuno. In tutto questo bailamme solo Gesù, vittima designata, conserva un controllo sovrano della situazione e di sé stesso, decidendo, in piena coscienza e libertà, ciò che andava detto o non detto, e scegliendo, in piena coscienza e libertà, di portare avanti la sua missione in piena fedeltà a sé stesso e al Padre a cui aderisce incondizionatamente fino alla fine. Ecco un esempio, e anzi un modello, di libertà che per noi ha un carattere, più che orientativo, normativo.
La grande sfida della nostra umanità è essere seri e veri, innanzitutto con sé stessi e quindi anche con gli altri. Si tratta di un ideale a cui tendere ma il cui raggiungimento è tutt’altro che semplice. Qui ci viene in aiuto un momento importante dell’insegnamento cristiano, che ci rende edotti della difficoltà di raggiungere tale capacità con le sole forze umane. Per quanto l’integrità della natura umana non sia stata completamente cancellata dal peccato ma gravemente compromessa, senza l’aiuto della grazia di Dio risulta impossibile vincere il male e orientarsi al bene con totalità di adesione e di dedizione, cioè appunto liberamente. Così la fede cristiana si presenta non come una limitazione, ma come la possibilità piena e completa di raggiungere la vera libertà.
Rileggere l’umano guardando a Cristo
Da quanto abbiamo provato a dire fin qui si profila una indicazione di fondo: abbiamo bisogno di tornare sempre di nuovo a riflettere sulla tenuta della nostra umanità e abbiamo bisogno di farlo rileggendo, per così dire, la nostra umanità e la nostra esperienza tutta alla luce di Gesù Cristo, guardando a lui. In questo modo i temi che abbiamo toccato sono solo un accenno e una esemplificazione di questioni che hanno bisogno di ben altro sviluppo e approfondimento. È proprio questo lo scopo di questa lettera: invogliare a continuare questo esame nella ricerca personale e nel confronto comunitario.
A questo riguardo mi sembra doveroso segnalare che sono ancora tanti i temi che potrebbero essere posti all’attenzione. Pensiamo, per esempio, alla dimensione affettiva delle relazioni umane, all’amore tra uomo e donna e quindi al matrimonio e alla famiglia. Pensiamo al tema del lavoro, così fondamentale per la realizzazione non solo economica ma anche personale di ogni individuo, ma oggi diventato così difficile in ragione delle profonde trasformazioni economiche ma anche culturali e sociali, soprattutto nel nuovo contesto tecnologico determinato dalla diffusione dell’Intelligenza Artificiale, che va ben al di là dell’ambito del lavoro. Pensiamo al grande e animatamente discusso fenomeno dei movimenti migratori, che non riguardano solo gli arrivi da altri paesi e continenti in Italia e in Europa. Pensiamo al tema della repressione del crimine, della legalità nella nostra società, della violenza nelle nostre città, e quindi alla giustizia e all’azione dell’apparato giudiziario, con cui si intrecciano le istanze della prevenzione, ma anche della misericordia e del perdono nelle relazioni personali e sociali, e quindi la nuova prassi della giustizia riparativa. Pensiamo alla questione ecologica, alla cura della casa comune, che si presenta come un compito sempre più disatteso a fronte delle preoccupazioni economiche, ma che rischia di esasperare le condizioni già difficili di convivenza con manifestazioni climatiche sempre più estreme.
Lo spazio della speranza
Per noi la sfida più grande, in questo orizzonte, è quella di continuare a sperare, di trovare motivi di speranza e di diffonderli attorno a sé. In realtà, a ben riflettere, non si tratta di evocare un atto volontaristico, per cui si deve comunque sperare. E nemmeno di trovare parole di vaga consolazione e di auspicio che le cose vadano bene. E nemmeno si tratta di un rimettere e di un rimettersi a Dio aspettandosi che magicamente le cose tornino a posto per appagare, alla fine, solo il nostro desiderio di quiete e di benessere.
Come è proprio della speranza cristiana si tratta di esercitare lo sguardo a intravedere la promessa di umanità e a coglierne il disegno complessivo possibile anche oggi per noi, un disegno che non è solo costruito da noi ma ricevuto in qualche modo in una luce di fede e di preghiera. Allora ciò che cerchiamo non è solo desiderato ma riconosciuto e in qualche modo accolto in anticipo. Di fronte ad esso non resta che adoperarsi per quella parte del disegno che dipende da noi, che ci è dato di tratteggiare e completare.
Questa lettera vuole essere un avvio e un aiuto in tale direzione.
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Il compito di diventare umani si può riassumere nel fare proprio, nell’appropriarsi di ciò che si è, nel portare a compiuta assunzione personale ciò che ci è dato nella nostra insieme individuale e comune umanità, nel dare forma personale al processo necessario di umanizzazione.
In questo cammino di umanizzazione entra in gioco innanzitutto la nostra essenza, ciò che costituisce la nostra identità profonda di esseri umani; ma entra nel processo anche l’insieme delle esperienze e delle forme che la nostra umanità ha via via assunto a partire dalla storia individuale con le sue decisioni, le sue scelte, i suoi vissuti. Perciò diventa necessario farsi carico di come si è fatti, del proprio passato, dei propri difetti e dei propri pregi, delle proprie attuali possibilità e di ciò che ormai ne è rimasto insuperabilmente fuori, con il desiderio e lo sforzo di fare sempre meglio, di sé e di ciò che è stato e viene via via affidato.
Il confronto con l’umanità di Gesù è la nostra forza, il nostro coraggio, la nostra consolazione.
✠ Mariano Crociata
Latina, 8 settembre 2026, Natività di Maria
[1] Cf. Leone XIV, Lettera enciclica Magnifica humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, 15 maggio 2026.
[2] Cf., in particolare, Pontificia Commissione Biblica, Che cosa è l’uomo? Un itinerario di antropologia biblica, LEV, Città del Vaticano 2019; Dicastero per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dignitas infinita circa la dignità umana, 25 marzo 2024 (senza dimenticare la Dichiarazione sulla libertà religiosa del concilio Vaticano II, Dignitatis Humanae, 7 dicembre 1965); Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano, 9 febbraio 2026.
In allegato il file Pdf della Lettera pastorale per l’anno 2026/2027 del vescovo Mariano Crociata.

